Aurelio Zaffuto: “La sfida al Covid si può vincere, con la responsabilità di ognuno”

Aurelio Zaffuto vaccinazione covid gennaio 2021

Finalmente si comincia ad intravedere la luce in fondo a quel lungo e tenebroso tunnel costituito dalla pandemia, che tutti noi abbiamo iniziato a percorrere -obtorto collo- già dalla fine del mese di febbraio del 2020, a causa della diffusione del COVID. Nella mia mente rimane un ricordo indelebile: il momento in cui, a causa della repentina diffusione dei contagi e del numero sempre più crescente – quasi fosse una marea montante – di accessi in Pronto Soccorso di persone con grave difficoltà respiratoria, la Direzione Sanitaria degli “Spedali Civili di Brescia”, relativamente al presidio ospedaliero di Gardone Val Trompia, dove io presto servizio da oltre 29 anni come dirigente medico ortopedico, con un’ordinanza senza precedenti, disponeva la conversione del suddetto presidio in “Ospedale COVID”. In pratica non c’era più differenza fra medicina interna, cardiologia, chirurgia, ortopedia, oculistica e così via. C’erano gli ammalati. Gli ammalati con polmonite da COVID! E noi eravamo i medici! Non più cardiologi, gastroenterologi, diabetologi, oculisti, ortopedici. Ma “i medici”! Che tanti anni fa, prima di intraprendere questa nostra scelta di vita e di lavoro, avevamo fatto il giuramento di Ippocrate! In altri termini, è stata “una chiamata alle armi” seguita da un’adesione unanime ed entusiasmante. Sono stati tre mesi difficili (Marzo, Aprile e Maggio) vissuti quotidianamente a contatto con le persone ricoverate con polmonite da COVID, a contatto con le loro difficoltà, le loro ansie, le loro paure.

Ognuno di loro una storia! Anche perché, nel momento della loro sofferenza, non c’erano neanche gli affetti più cari a confortare e a rassicurare, non essendo possibile la presenza di alcun parente. Quindi, noi operatori sanitari dovevamo, oltre che curare, o quanto meno, alleviarne le sofferenze, cercare di dare un sollievo psicologico (morale) a questi pazienti, fosse anche solo un sorriso o stare qualche momento ad ascoltarli. Inoltre, altro compito fondamentale era quello di tenere i contatti telefonici quotidiani con i familiari, sia pure per pochi minuti, in maniera da informare i parenti sullo stato di salute dei loro congiunti e rendere, così, meno difficile e più accettabile la lontananza.

Per tutto quest’anno appena passato, ma soprattutto durante la passata primavera, nel “clou” della prima ondata della pandemia, ho ricevuto tante telefonate e messaggi da amici, parenti e conoscenti. Mi chiedevano come stavo, come mi sentivo, cosa si provava a vivere quell’esperienza unica, professionale e di vita. Ciò mi ha fatto tanto piacere! Nei momenti difficili fa sempre piacere, anzi fa ancora più piacere, sentire la vicinanza e l’affetto di chi ti conosce e ti vuole bene.

Una domanda che mi ponevano quasi tutti e che si ripeteva era: “Quando finirà? Ho sentito di un nuovo farmaco, ma funziona? La comunità scientifica sta sperimentando una nuova cura?” Ed io ogni volta a ribadire: “Non esiste un farmaco come per le infezioni batteriche dove somministri l’antibiotico e spegni l’infezione, il virus è un parassita ed è furbo, per cui l’unica speranza sarà il vaccino, ma ci vorrà tempo, almeno un anno”.

Quel giorno tanto atteso è arrivato, in anticipo, prima di un anno dall’inizio degli studi e delle ricerche scientifiche. Il vaccino è una realtà. È già disponibile ed è iniziata la somministrazione. Alcuni giorni fa (il 13 gennaio) ho ricevuto la prima dose del vaccino anti-covid ed il primo pensiero è andato alla mia cara mamma che, nella primavera scorsa, non è riuscita a vincere la battaglia contro il coronavirus. Allo stesso tempo, da medico, ho provato una grande soddisfazione nel vedere materializzati i risultati della ricerca scientifica: il vaccino c’è!

E, per questo, ho il piacere di condividere questo mio stato d’animo con Voi concittadini gussaghesi, anche per ricordare a tutti che sottoporsi alla vaccinazione, non solo vuol dire “volersi bene”, ma è soprattutto un gesto di responsabilità nei confronti della società (“gli altri”), in quanto solo raggiungendo la cosiddetta “immunità di gregge” possiamo essere sicuri di bloccare la diffusione del virus. In questa maniera, riusciremo a proteggere quella piccola, ma importante, parte della popolazione che non può essere vaccinata per motivi di salute, come per esempio i trapiantati, gli immunodepressi, i pazienti in chemioterapia.

Chiaramente, non esiste un obbligo giuridico per questa vaccinazione, ma bisogna individualmente pensare ad un obbligo morale, perché se da un lato è garantito singolarmente il diritto a non vaccinarsi, allo stesso tempo c’è il dovere di impedire che le persone più deboli si ammalino. I vaccini storicamente sono stati, da quando esiste la medicina moderna, sempre l’unico strumento valido per sconfiggere malattie devastanti come il vaiolo, la difterite, la poliomelite, la tubercolosi. Pertanto, porgo l’invito a tutti i gussaghesi, quando potranno farlo, di sottoporsi alla vaccinazione anti-COVID19, non soltanto per proteggere se stessi ma, anche, per impedire che i più fragili siano esposti al virus.

Stiamo vivendo la più grande tragedia collettiva del dopoguerra, ma il COVID 19 ha dimostrato che il male che ci colpisce, sì individualmente, rivela la nostra dipendenza e, ciò che più conta, la nostra responsabilità verso gli altri. Ovviamente è una sfida difficile! Una sfida di sopravvivenza condivisa che si basa sulla gratuità per tutti del vaccino e senza obbligatorietà. Dovremo impegnarci tutti, addetti ai servizi sanitari e non, cercando, innanzitutto, di persuadere con il dialogo e le evidenze scientifiche coloro che manifestino dubbi e perplessità razionali. Le posizioni irrazionali di fronte al dolore e alla morte diffusa, che io ho toccato con mano, non meritano commenti e considerazioni. Una sfida difficile, ma non impossibile! Il Covid19 può essere sconfitto solo se il comportamento e la responsabilità di ognuno di noi diventano azione solidale di comunità.

A cura di Aurelio Zaffuto (Medico chirurgo, specialista in Ortopedia e Traumatologia, Viceprimario della U.O. Ortopedia e Traumatologia presso il presidio ospedaliero di Gardone Val Trompia – “Spedali Civili di Brescia”, Tutor presso il Polo Formativo dei Medici di Medicina Generale e presso la Scuola di Specializzazione in Ortopedia e Traumatologia – Università degli Studi di Brescia).

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