I capolavori adesso parlano “en bresà”: il dialetto svela la bellezza dell’arte

Libro Ida Chiarello arte dialetto luglio 2023

«Come ala?… La ga a bè ai siòri». Come va? Va bene ai signori, sembra dire la lavandaia immortalata da Giacomo Ceruti nel dipinto custodito alla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia. Le parole – in rigoroso dialetto bresciano – le sembrano uscire di bocca mentre strizza i panni al lavatoio. Un lavoro umile e quotidiano per la gente comune di un tempo, non certo un’incombenza «da siòri». Le fanno eco lo stanco protagonista del dipinto «Il sonno di Elia» del Moretto («Encò g’ha nò mia òia») o il pastore dell’Adorazione di Giovanni Girolamo Savoldo, che dopo una notte passata a vegliare l’evento è talmente assonnato da esclamare «So drè a pesà i pom».

«L’arte di Brescia parla dialèt bresà» è il libro di Ida Chiarello – edizioni Marco Serra Tarantola -, scritto quasi per gioco ma con due rivendicazioni serie: l’arte racconta con le immagini la storia dell’umanità, e il dialetto conserva con le parole la storia di una comunità. Un’idea che poteva venire soltanto a una «bresciana doc». E invece Ida Chiarello è nata a Cosenza, anche se è a Brescia da oltre vent’anni, dove insegna Arte e immagine a Gussago. In mezzo anche un’esperienza americana, a Fort Lauderdale, in Florida, dove aveva seguito il marito per lavoro.

«Nel 2001 mi sono trasferita a Brescia – racconta l’insegnante -, la città che mi ha accolta e mi ha fatto subito sentire a casa». Ed è qui che Ida Chiarello ha deciso di voler conoscere tutto della Leonessa: storia, arte, usanze, tradizioni. E il dialetto «uno strumento indispensabile per comprendere le tradizioni e la storia di un luogo. Mi sono chiesta: se le opere d’arte che vediamo ogni giorno nelle strade e nelle piazze potessero parlare, che cosa ci direbbero in dialetto? Riuscirebbero ad incuriosirci tanto da volerne sapere di più? Riuscirebbero a farci entrare con più frequenza nei musei per ammirarle da vicino?». Ed è iniziato il gioco diventato un esercizio di esplorazione creativa.

«All’inizio il dialetto bresciano era davvero una lingua ostica, una barriera perchè quello bresciano da zona a zona presenta molteplici sfumature semantiche ed ortografiche – ammette l’autrice del libro -, ma la mia curiosità è riuscita a farmi superare i limiti. Il dialogo di due donne alla fermata dell’autobus (“come ala? La ga a bè ai siòri”), e la collega che arrivando stanca a scuola, appoggiando il pesante borsone pieno di libri sul tavolo, esclamava “so drè a pesà i pom”, mi hanno quasi illuminato quando, entrando in Pinacoteca, ho visto i dipinti del Pitocchetto e del Savoldo. Tutto è iniziato così. Passeggiando per la città ha imparato a guardare i monumenti con occhi nuovi. Così la statua di Domenico Ghidoni dedicata a Tito Speri, eroe delle Dieci Giornate di Brescia, raffigurato nell’atto di indicare con il braccio destro la strada che porta verso il castello, quasi a voler esortare alla lotta con fare dinamico e sprezzante, mi ha improvvisamente “parlato” dicendomi: “‘N’dom, ga pense me”». Nel lavoro di ricerca e approfondimento «mi hanno aiutato molto anche i miei allievi ammette Ida Chiarello -, con i loro modi di dire. E una sartina di Capriolo, paese dove sono vissuta per qualche tempo dopo il mio rientro in Italia, che mi parlava solo in dialetto: ho dovuto impararlo per forza». Nel suo omaggio alla brescianità, Ida Chiarello ha utilizzato proverbi, modi di dire, anche preghiere della cultura popolare, trasferendoli con un post-it su capolavori di grandi artisti ma anche di autori ignoti. «Come tutte le città italiane, anche Brescia vanta innumerevoli ed eccellenti opere d’arte che aspettano di essere ammirate e, in alcuni casi, addirittura scoperte. Nel mio libro ho cercato di farle “parlare” nella lingua che ogni bresciano comprende».
Cinzia Reboni

Fonte: Bresciaoggi

Per approfondire:
https://www.tarantola.it/product/larte-di-brescia-parla-dialet-bresa/

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