Giulio Antonio Averoldi e il giardino di Villa Averoldi, ora Villa Togni

Giardino Villa Togni Averoldi

I sogni più belli attendono di essere ancora immaginati ma i ricordi più intensi sono quelli passati dalla storia alla leggenda, anche nel giardinaggio. Se il presente del verde a Brescia è fatto di tanti appassionati e realtà come il parco Nocivelli di Verolanuova, il passato ha avuto una sua età dell’oro: i secoli tra Sette e Ottocento. Molti di quei mondi sono stati inghiottiti dal tempo ma strappati, per frammenti, all’oblio da scrittori che furono anche insospettabili giardinieri: Giulio Antonio Averoldi ad esempio, tra Sei e Settecento, e Cesare Arici nei primi decenni dell’Ottocento.

Averoldi, di antica e nobile famiglia, era un erudito ed autore delle Scelte pitture di Brescia, la prima guida sulle bellezze della città e di Salò. Arici, invece, era il nostro principale scrittore neoclassico, stimato da Vincenzo Monti, autore di poemi didascalici dedicati alla coltivazione degli olivi e alla pastorizia. Giulio Antonio è il classico nobiluomo della terraferma veneta, attento a trarre un utile dai propri possedimenti che avevano il loro cuore a Gussago. Proprio nella splendida villa franciacortina, ora proprietà Togni, ha modo di nutrire la sua viscerale passione per il giardinaggio, tale da irrompere anche nelle lettere e nelle pagine del suo diario.

A Gussago, con il figlio Gian Vincenzo, pianta dopo pianta allestisce il suo personale paradiso terrestre, che farà scuola, occhieggiando alle ville venete ma anche alla Francia del re Sole. Ricordava, orgoglioso, come «anch’io in bresciana ho piantato in terra un giardinetto d’agrumi» insieme ad altre rarità, per cui non esitava ad interpellare amici celebri. A Ludovico Muratori, nel 1699, «supplica poter essere favorito dalla di lei bontà con qualche cipolla di fiori massime se ella si portasse nell’imminente autunno alle isole deliziose Borromee, nel cui terrestre paradiso vi sarà la fecondità e la verdura sempiterna; anzi mi soggiunge esservi un giardino nell’Ambrosiana donde facilmente o di fiori o d’erbe stravaganti vi sarà diletto. Se ella potrà favorire, sarà di novo peso alle nostre obbligazioni».

Muratori risponde dall’Isola Bella dicendo che «si intende di nessun mestiere meno che mai di quello del giardiniere ma sa che non è più stagione». Conclude però che avrebbe potuto ottenere alcune cipolle di tulipani, giunchiglie di Spagna, giacinti; i tulipani, in particolare, erano l’oggetto dei desideri di molti e causa, nel Seicento, della prima bolla speculativa nell’economia europea. Anche tra gli eredi del nostro erudito il giardino sarebbe stato motivo di un impegno profondo. Il francese Lalande visitando Brescia, a metà Settecento, ricordava il palazzo Averoldi anche per le essenze rare, tra cui tè, pepe, caffè, crassule e mesembrianthemi Faustino Averoldi, invece, venne immortalato in un sonetto del reverendo Teresino Grossi, intento nella villa gussaghese «a sudare in umiltade / Perché rigor di siepi di riversi / Fior eretti sposi la libertade».

Cesare Arici, una vita tormentata, nella natura trovava pace ed ispirazione. Con Camillo Brozzoni e Rodolfo Vantini condivise un interesse per il verde figlio di una moda, Brescia in quegli anni era una capitale delle Camelie, ma anche di una passione di famiglia. Era parente di Brozzoni che a sua volta era cognato di Vantini. Camillo Brozzoni, proprio dagli anni Trenta dell’Ottocento, si stava affermando come raffinato collezionista e giardiniere, ibridatore di Camelie, Magnolie e Cactus. Vantini a ridosso dell’attuale via Corsica gli avrebbe progettato uno splendido parco con serre per le piante tropicali, sogno di un orto botanico di cui sono sopravvissuti il palazzo neoclassico e parte del giardino, ridotto ad un’anonima area verde. Significativo il fatto che fu proprio Camillo Brozzoni ad entrare in possesso, alla morte dell’Arici, di una lirica del poeta dal titolo evocativo di una comunanza di interessi: «Fiori di serra».

Il nostro scrittore esaltava la serra «Nuovo dell’arte accorgimento, industre/ dell’uomo possanza che d’estranio clima/ predando arbori e germi e stirpi e fiori, Novella ingenerò prole diversa […] molli d’America fragranze [….]e dell’ardente Africa». Di tanta passione rimane solo un fragile vascello di carta, versi che, tuttavia, ci parlano della fascinazione incredibile dell’universo giardino in quegli anni memorabili.
Vittorio Nichilo

Fonte: Giornale di Brescia

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