
Ospite dell’Azione Cattolica a Villa Pace di Gussago, il ministro ha esortato «a cambiare per una società che è già cambiata».
«Da quando sono ministro, dunque da circa otto mesi, sono insultata e minacciata. Ma non cedo alle provocazioni. E alla violenza verbale rispondo con la non-violenza, certa che se vogliamo realmente un cambiamento nel nostro Paese, se vogliamo costruire una società nuova, dobbiamo iniziare a cambiare noi stessi». Una dichiarazione quasi gandhiana, quella rilasciata dal ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge, ospite dell’Azione Cattolica ieri sera a Villa Pace di Gussago. Il tradizionale mese della pace non poteva iniziare meglio: con una dichiarazione pacifista della ministra e con una numerosissima partecipazione, a supporto proprio del tema della partecipazione, «strategico e fondamentale nella costruzione di una società aperta agli altri» come ha sottolineato Andrea Re, presidente diocesano dell’Azione Cattolica, che ha pubblicamente intervistato Kyenge.
Fuori dalle mura di Villa Pace, tenuti a distanza di sicurezza dal massiccio dispiegamento di forze dell’ordine, manifestazioni contrapposte a contestare non tanto la ministra come persona, quanto la sua delega, quella all’«integrazione», termine non facile da accettare per chi crede che sia ancora possibile ragionare in termini di contrapposizione tra «noi» e «gli altri», gli stranieri, quelli che vengono da lontano. I diversi. Entrando nel merito di temi «caldi», quali quello della cittadinanza e del diritto di voto amministrativo per chi risiede da anni nel nostro Paese ed è in attesa della cittadinanza, Cécile Kyenge ha sottolineato che «è un errore pensare solo agli immigrati quando si parla di diritto al voto». «I diritti riguardano tutti: se si indebolisce una parte della società, la società tutta diventa più vulnerabile. Per garantire questi diritti, ci sono percorsi giuridici – penso solo all’esclusione delle donne italiane dal voto, storia che i più anziani tra noi hanno sperimentato direttamente – che possono essere rafforzati con un occhio all’Unione europea e a quella Convenzione di Strasburgo della quale tutto abbiamo recepito, tranne proprio il diritto a scegliere i rappresentanti politici e amministrativi per persone che vivono a lavorano nel nostro Paese». Ma il percorso giuridico, da solo, non porta ad alcun risultato se non è supportato anche da un processo culturale che parte -come ha sottolineato la ministra – «dalla conoscenza della lingua italiana». «Potrebbe sembrare scontato, ma è il punto di partenza per conoscere, per dialogare, per imparare diritti e doveri. In una parola, per convivere con gli altri» ha aggiunto. Per lei, fa testo la sua biografia: emigrata dal Congo, non ha avuto vita facile nè come donna, nè come straniera dalla pelle nera. Ha studiato, è diventata medico. Ed ora è ministro. Una testimonianza di vita ed un impegno politico «che non hanno subito battute d’arresto» ha ricordato Andrea Re, sollecitando una riflessione sulle mete da raggiungere, in uno scenario dal futuro alquanto incerto. «La nostra società è in continuo mutamento. Se vogliamo un’Italia diversa, dove le diversità diventano una ricchezza, bisogna cogliere tutto quello che sta succedendo in questo momento nel nostro territorio. Abbiamo già qui queste diversità, che sono delle ricchezze. Bisogna solo guardarle e capire che il futuro lo dobbiamo costruire già oggi, nonostante le difficoltà – ha concluso la ministra -. Dobbiamo essere lungimiranti e comprendere che il rispetto verso gli altri e verso le diversità altro non è che una ricchezza per tutti. Non è facile, ne sono consapevole. I disagi della crisi, che colpisce tutti, fanno perdere la speranza in una convivenza civile e, spesso, ci fanno imboccare la scorciatoia del rifiuto e della criminalizzazione dell’altro nel quale crediamo di vedere il colpevole di quanto sta accadendo. Si deve ripartire dalla scuola, che è la prima palestra dell’integrazione. Il risultato sarà una società nuova in cui la cittadinanza non sarà un punto di partenza, ma di arrivo che prevede un ricambio generazionale, ma frutto di un percorso di formazione».
Anna Della Moretta
Fonte: Giornale di Brescia