
I Maitì col grì e le ciòche èn de la setimana santa, sensa desmentigà de sgürà èl ram e le cadene del föc
Era talmente diffusa l’iniziativa dei Maitì che ne è derivato addirittura un antico modo di dire, ancora ben radicato nel linguaggio bresciano, soprattutto valtrumplino. Dico valtrumplino e parrebbe comunque lontano da Gussago, non è così! Basta(va) andare a Civine.
L’ è èl sòc dèl maitì! (Essere il bersaglio di scherzi e botte, in riferimento al punto della raganella, “maitì”, dove batte continuamente il percussore per produrre il caratteristico rumore).
Da Valtrompiastorica – Modi di dire
Durante la Settimana Santa si concentrava una nutrita serie di tradizioni che oltre alla sfera religiosa coinvolgeva anche altri significati. Le funzioni tipiche della settimana, i mattutini – svolti però in orario serale – prevedevano la rappresentazione sacra della Passione del Signore con grande coinvolgimento di personaggi. Rappresentazione che a Civine, da qualche anno, è tornata di attualità. Infatti, vi si tiene la “Via Crucis” vivente, che quest’anno 2013 sarà proposta la sera del giorno di Venerdì 15 marzo.
In dialetto “maitì” [confronta MELCHIORI, Vocabolario Bresciano-Italiano, “maitì = Tenebre, quel rumore che si fa quando si batte con bacchette o altro sulle panche nella settimana santa (…)]. Giunti ai momenti cruciali del racconto sacro, poiché le campane erano state “legate” sin dal giovedì in segno di lutto e non vi era altro suono, esplodeva il suono fragoroso di scrocaröle, bastoncini e anche martelli picchiati sui banchi, o legni percossi tra di loro, ovvero con raganelle, il tipico “grì”. Queste scrocaröle, come le chiamano nella zona di Prevalle, Nuvolento, Nuvolara e Gavardo e dintorni erano bastoni di legno con una cassa girevole che ruotando produceva un suono assordante. (Più avanti torneremo e ci soffermeremo sul “grì”).
Nella funzione del Sabato santo quando si slegavano le campane era tradizione farsi bagnare gli occhi con l’acqua santa nella convinzione che avrebbe giovato alla vista; a Civine ancora ricordano. In questa stessa sera i bambini che tardavano a camminare venivano portati in chiesa perché aspersi con l’acqua santa e sostenuti facendo qualche passo in forma di croce si credeva avrebbero imparato in poco tempo. Convinzione radicata a Civine quanto a Riviere di Brione della stessa parrocchia di San Girolamo.
In molte località bresciane di montagna, comprese quelle vicine a Gussago, il venerdì e sabato santo si recavano in chiesa ad ore diverse prima gli uomini – suddivisi per ogni contrada – e poi le donne – sempre divise per contrada – mentre al termine si svolgeva la “processiù lònga”.

In questi giorni i ragazzi facevano a gara per accaparrarsi le catene dei caminetti per poterle lucidare. Particolarmente ambite erano le famiglie benestanti che assicuravano una lauta mancia mentre venivano lasciate per ultime le famiglie meno inclini alla giusta ricompensa. Le catene venivano trascinate per le strade inghiaiate e portate al Chiese dove venivano lucidate nell’acqua con la spolverìna (polvere di pietra usata anche come detersivo oltre che come lucidante) e con la “mèrda de gàt” (frutti di un arbusto, il viburnum lantana). Al termine del trattamento le catene erano lucide e splendenti e i ragazzi erano ricompensati con qualche mancia o, spesso anche con uova e bilìne.
[Riti della Settimana Santa a PREVALLE. Comune di Prevalle].
Non dissimile il rito di “lüstrà le cadene dèl föc” neppure a Navezze quanto in tutta Gussago, l’unica cosa che ci mancava era (ed è) il fiume (non avendo il Chiese) avevamo, però, l’acqua del torrente La Canale entro il cui alveo, al tempo, ne scorreva quasi sempre, in quanto poi alla disponibilità di spolverina da sabbia e pietrisco avevamo però il medolo, con cui erano ghiaiate le strade gussaghesi, proveniente dall’omonima cava di Medolo, situata nei pressi del Canalino, della fabbrica Buffoli per la produzione di calce da costruzione.
La cerimonia del venerdì santo era annunciata dal gracidare delle raganelle – dette grì, ràcole o tàcole, maitì – strumenti di legno costruiti d’inverno nelle stalle, provvisti di una ruota dentata che, fatta ruotare velocemente, produceva un rumore assordante. Ogni ragazzo che ne possedeva una girava per le strade chiamando i fedeli. Iniziava la “messa secca” (senza la consacrazione) frequentatissima da ragazzi e adulti. Era la notte particolarmente detta dei “Maitì” (da “mattutino” preghiera mattutina dei monaci), si faceva memoria del “mistero” della Passione di Cristo, un rito che diventava sacra rappresentazione in cui i presenti erano gli attori di un coinvolgente teatro popolare. Al momento dell’arresto di Cristo, iniziava il tramestio dei fedeli che diventava tumulto quando entravano in scena i ragazzi con le loro raganelle. La cerimonia si concludeva con il bacio del Crocifisso e la benedizione con la reliquia della santa Croce. Così, almeno una volta, in quel di Sarezzo; lo stesso accadeva a Gussago, con qualche variante in ciascuna delle quattro Parrocchie della nostra comunità, Civine in testa per le particolari attinenze con la tradizione valtrumplina.
Nei primi secoli del medioevo i grandi riti del triduo pasquale, giovedì venerdì e sabato santo, iniziavano verso la mezzanotte e duravano fino all’alba, erano una lunga veglia di preghiera, letture e litanie che si concludeva con il “Mattutino” sull’esempio dei monasteri benedettini. La messa del giovedì, detta “in coena Domini”, aveva il suo momento emotivamente più forte al canto del Gloria accompagnato dal suono di tutte le campane e dell’organo. Dopodiché le campane venivano “legate” perché non suonassero fino alla Resurrezione. I contadini levavano i campanacci alle mucche e nascondevano ogni strumento musicale. Le cerimonie cristiane del medioevo avevano fatto propri molti aspetti delle ancestrali ricorrenze pagane legate alle fasi lunari, al cambiamento stagionale, al folclore popolare. Così all’approssimarsi della Pasqua (la cui data è legata al plenilunio di primavera) c’erano i riti della purificazione con l’acqua e con il fuoco; le donne pulivano ogni angolo della casa, lucidavano tegami e paioli di rame, buttavano ciò che era inutile e vecchio, portavano al sole pagliericci, mantelli e palandrane, mentre gli uomini riordinavano stalle, porticati e cortili. Ai ragazzi toccava il compito di far tornare splendenti le catene del focolare trascinandole per le strade del paese. Di sera ardevano i falò degli oggetti buttati e della sterpaglia rastrellata. (Da: Riti della Settimana Santa in quel di Sarezzo). Erano le pulizie di Pasqua!
A Gussago chi non ricorda il rito delle pulizie, in ogni ambito? Uomini, donne e massaie, ragazzi: ciascuno godeva dell’obbligo di provvedere nel migliore dei modi ai compiti del proprio stato. Doveva emergere, anche esteriormente, il senso di pulito, di bianco di purificato, di cambiamento dovuto alla Pasqua rispecchiante l’animo e l’interiorità qual era e qual è, ancora, la S. Pasqua. Senza la Pasqua di Resurrezione vana sarebbe la nostra fede, afferma san Paolo.

Sino agli anni Cinquanta del Novecento il rumore delle raganelle, dei martelli, delle assi su assi, delle bacchette sulle panche della chiesa, in particolare a Civine San Girolamo e quello assordante dei campanacci era ancora presenza viva durante i sacri riti. Erano i Maitì; allora, per i ragazzi la settimana di Pasqua era di «passione» vuoi per le corse a fare i chierichetti nelle lunghe funzioni in chiesa, vuoi anche per altri due motivi: la rumorosa pulitura della catene del caminetto, annerite dalla fuliggine, e, appunto, i maitì con il loro frastuono. All’inizio della settimana santa, infatti, chiedevamo ai genitori di staccarci dal caminetto la lunga catena ad ampi anelli, era nostro compito “de gnari” correre su e giù a gruppi trascinandole nella sabbia e nella polvere legate a un pezzo di corda: si invertivano più volte i capi per sfregarle sul terreno in modo omogeneo. Alla fine tornavano lustre e argentee per essere appese nei camini ripuliti. Se pioveva era un dramma. Ma il vero assillo era il «grì»: la raganella custodita tutto l’inverno nel luogo più asciutto della casa. Guai se l’umidità aveva indebolito la lingua di legno, rigorosamente di romiglia» (Celtis australis) che, bloccata sul supporto a cassetta, sfiorava rigida la ruota dentata (di corniolo), pezzo unico col manico che la faceva ruotare velocemente: invece del gracidio secco in mille tonalità ne sarebbe uscito un rumore impastato da fare rabbia, perchè avrebbe comportato l’esclusione dalla squadra che aveva compiti speciali il Venerdì santo. Quando si «legavano» le corde delle campane e il sacerdote copriva la grande croce col drappo viola, si spegnevano candele e luci e si alzava il loro grido improvviso, accompagnato dal tamburellare dei pugni sulle panche di legno e dal secco ritmato rumore dei «martinèi», i martelli di legno imperniati e mobili sopra un’assicella. Durante la lettura della Passione sottolineavano i momenti decisivi come il «crucifige», mentre la «grina» grande che si appoggiava in terra interveniva cupa e solenne cadenzando le cadute della salita al Golgota. (Grì = Grina al femminile, e molto più grande). [(Dal lavoro di Edmondo Bertussi sulla vita religiosa della Parrocchia di S. Colombano di Collio durante la settimana santa)]
All’inizio abbiamo fatto cenno a Civine ed al “Sòc di Maitì” – il perno della raganella, detta in gergo Grì. Prima di riportare qualche parola di ciò che accadeva anche a Civine durante la settimana santa, torniamo a vedere, ora più completamente, come descrive questi momenti che preludono alla Pasqua il noto Giovan Battista Melchiori, duecento anni fa. Nel suo Vocabolario Bresciano-Italiano, dell’anno 1817: <<”Maitì”. Tenebre – Quel rumore che si fa quando sì batte con bacchette o altro sulle panche nella settimana santa per divota rappresentazione alla fine dell’ufficio e dopo avere spento i lumi. “Fà i maitì”. Far le tenebre. Eser èl sòch dei maitì. Essere panca da tenebre o il saracino di piazza. Dicesi di uno che sia il bersaglio delle lingue e degli scherni altrui>>.
In quel di Civine negli anni che vanno dal finire dell’Ottocento sino ai Cinquanta del Novecento, stante il parrocchiato di don Giacinto, quello di Don Angelo e poi di Don Piero, durante la Settimana Santa “… i ragazzi in Chiesa, spente le luci facevano il ‘maitì’, un baccano indiavolato con tric e trac, trombette e fischietti ricavati dalla corteccia del castagno”, cui facevan eco gli adulti con la raganella, col battere delle assi e dei legni tra di loro. Gli anziani di Civine, oggi viventi, appartenenti alle classi del 1919, 1925 e 1932 ancora oggi lo testimoniano. Infatti, il giovedì santo al Gloria della Messa, dopo un tinnar di tutti i sacri bronzi grandi e piccoli, contesi fra i chierichetti e precedentemente nascosti, si legano le campane che devono tacere sino al sabato.
Il sabato santo è e deve essere un bel giorno, anzitutto perché così vuole il principio di un noto proverbio: “Non c’è sabato senza sole…”, essendo anche il sabato specialmente sacro alla Madonna, aggiungono i Camuni; poi “satis iam” (abbastanza) v’è stato di malinconia sacra per le meste funzioni dei giorni precedenti e di tedio per i maitì. Si nota su tutti i volti un po’ di gioia che sta lì lì per scoppiare; e scoppia ufficialmente al Gloria della messa con la “desligada” delle campane e campanelli, quando tutti si affrettano a bagnarsi gli occhi con acqua attinta di fresco per preservarsi la vista… forse in ricordo del lavacro nella probatica piscina mossa dall’Angelo; quando è un affannarsi di tutti per ‘spedire’ attorno… il gaudio dell’alleluia. (Ci siamo avvalsi, solo in parte, di una nota tratta da “Il Sebino, Anno II, n. 9 del 18 aprile 1908 – a cura di A. Iannone”).

Prima della messa il sacerdote benedice il fuoco, indi l’acqua. Ma, prima, col fuoco dei carboni ardenti si accende la candela che porta la luce nei cuori per poi dar forza alla luce… dei lampadari affinché rischiarino le tenebre. … Ecce nova facio omnia: anche il fonte battesimale, sorgente della fede cristiana, è fatto nuovo. Questo è il significato della S. Pasqua: noi nuovi dentro e fuori! Infatti, papa Paolo VI: ““…Ecce nova facio omnia esclama Colui che, nell’Apocalisse, siede sul trono della sua gloria: Io faccio nuova ogni cosa! È l’eco d’un vaticinio del profeta Isaia e che lascia intravedere una metamorfosi non solo nel campo umano, ma altresì nel cosmo; tanto che l’orecchio metafisico di San Paolo riesce a percepire il gemito «d’ogni creatura che… è nelle doglie fino a questo momento; e non soltanto essa, ma noi pure che abbiamo le primizie dello Spirito; noi stessi gemiamo dentro di noi aspettando ansiosamente l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo; infatti siamo stati salvati nella speranza»””. [Paolo VI (Udienza gen. del 25 aprile 1972].
Circa l’etimologia del vocabolo maitì, il glottologo valtellinese Remo Bracchi, professore all’Università Pontificia di Roma, la farebbe derivare dalla radice màt col doppio significato di matto e di ragazzo. Due significati che si integrano tra loro e rendono ben chiara la semantica della voce: ragazzi che fanno i matti. Il termine è anche sinonimo di matutì (nel bornese si predilige matarì) e di mattutino, inteso come il canto mattutino delle tenebre e le lamentazioni del profeta Geremia. Sempre in Valtellina esistono il detto menàr al matutìn che significa fare il gioppino o comportarsi da pazzerelli e la voce matuchìn con la quale s’indicavano i simboli della passione di Cristo (la croce, il gallo, la sigla INRI, i chiodi, la lancia, il martello, la tenaglia, la scala, l’asta del fiele, i dadi, il panno asciugatoio del volto, la corona di spine), simboli che venivano affissi su aste di legno portate dai ragazzi durante la processione del Venerdì santo. Durante la lettura della Passione di Gesù, al passo in cui Pilato chiede al popolo di scegliere tra la liberazione di Gesù e quella di Barabba, l’assemblea (adulti e ragazzi) dava vita all’usanza detta in latino “fit fragor” (fate chiasso). A seconda dei luoghi nostri bresciani, si battevano i piedi in terra o sopra gli inginocchiatoi, si facevano roteare le raganelle (dette grì) e con anche urla d’incitamento (quasi a rincuorare e provocare Pilato) si chiedeva la liberazione di Barabba. [In parte ci siamo avvalsi del lavoro compiuto da Giacomo Goldaniga. Torna la tradizione dei Maitì a Borno. La Gazza, n.01- Estate 2007. Borno. www.lagazza.it]
Da noi gussaghesi questa costumanza è segnalata, in particolare, a Civine, tuttavia in varie località, soprattutto in perimetri sacri, un tempo, s’innalzavano delle croci con i simboli della passione. La S. Croce di cui è dotata la Parrocchia di Civine San Girolamo, di fattura tra fine Ottocento ed inizi del Novecento, restaurata, è stata processionalmente recata durante il pio esercizio della VIA CRUCIS di tutti i Venerdì di Quaresima 2013.
Da questo escursus si comprendono facilmente anche le funzioni dei maitì. Poiché nei tre giorni che precedevano la Pasqua le campane delle chiese venivano legate in rispetto della morte di Gesù e in attesa che suonassero a distesa durante la Risurrezione, il chiasso dei maitì, all’esterno della chiesa o lungo le strade, indicava l’inizio della funzione religiosa. Il chiasso all’interno della chiesa simboleggiava invece il trambusto ed il dileggio dei Giudei durante il processo e la condanna del Messia.
Si è colta in taluni paesi di montagna un’altra funzione simbolica. Il Sabato santo i ragazzi suonavano i loro strumenti, soprattutto i campanacci delle mucche, in aperta campagna o nei campi vicino all’abitato, con il preciso intento di risvegliare la primavera e propiziarsi un abbondante raccolto in estate. Queste a Civine si chiamavan “Rogazioni” con l’intervento del Parroco che processionalmente, percorrendo l’intera Contrada, si recava sino alla Cappella dedicata ai santi di Riviere, Abdon e Sennen, dove avevan termine le invocazioni propiziandosi ottimi frutti e copiosa fienagione.
A cura di Achille Giovanni Piardi