La mamma di Sergio Lana: “Il rosario di mio figlio mi ha salvato dalla ribellione a Dio”

Sergio Lana
Sergio Lana

Erano volontari, li uccisero. Nel loro nome 20 anni di aiuti. Così ha portato frutto il sacrificio di Fabio, Sergio e Guido.

Hanno ammazzato Sergio, Sergio è vivo. E sono vivi Fabio e Guido, ammazzati con lui vent’anni fa, il 29 maggio 1993, a Gornji Vakuf, in Bosnia, mentre portavano un carico di aiuti umanitari alle popolazioni martoriate dalla guerra dell’ex Jugoslavia. Sono vivi nella trama di opere che ha l’epicentro nel «Gruppo 29 maggio ’93-Fabio Sergio Guido» di Ghedi e nella Fondazione Moreni di Cremona, e che in questi vent’anni dall’Italia ha toccato la Bosnia, l’Albania, il Kosovo, per allargarsi poi a quasi 40 Paesi nel mondo. Sono vivi nella concreta testimonianza di pace e fraternità dei volontari. Sono vivi perché ci sono genitori e amici che hanno perdonato gli assassini. E credono che la morte non ha l’ultima parola.

Sergio Lana di Gussago (Brescia) aveva vent’anni, quel 29 maggio di vent’anni fa. Figlio unico. Educato in famiglia alla solidarietà. Era al quinto viaggio a portare aiuti nell’ex Jugoslavia: il primo senza papà Augusto. Molti di più ne aveva fatti Fabio Moreni, 39 anni, di Cremona. Giovane imprenditore ma veterano della solidarietà, che prima della Bosnia era stato in Africa e nell’Irpinia del sisma. Stessa età di Fabio l’aveva l’italo-argentino Guido Puletti, giornalista che da anni viveva a Brescia, dopo aver lasciato l’Argentina della dittatura dove aveva conosciuto la prigione e la tortura. Il venerdì santo di Sergio, Fabio e Guido arriva sabato 29 maggio 1993, quando il loro convoglio di aiuti viene fermato dai «berretti verdi» di Hanefija Prijic Paraga. Requisito il carico, i tre volontari vengono sequestrati, portati nei boschi su un carro agricolo, infine uccisi. Agostino Zanotti e Cristian Penocchio, in viaggio con loro, riescono a fuggire e salvarsi. Sono passati vent’anni. E davvero si può dire che la morte non ha avuto l’ultima parola.

«Il loro sacrificio ci ha dato la spinta per non fermarci mai. Loro hanno dato la vita: noi diamo noi stessi col nostro impegno – scandisce Giancarlo Rovati, per vent’anni presidente del gruppo di Ghedi e oggi della Fondazione Moreni –. Con le opere portiamo avanti la loro memoria, tutto nel segno della gratuità. Così il gruppo informale “Volontari Caritas Ghedi” – una storia d’impegno sorta in seno a un gruppo di preghiera del Rinnovamento nello Spirito – è diventato “Gruppo 29 maggio ’93-Fabio Sergio Guido”. Tra la fine del ’92 e il ’95 abbiamo portato in ex Jugoslavia 120 convogli aiutando 400 comunità di tutte le etnie – croati, serbi, musulmani».

Da allora non si sono più fermati davvero. Da un lato la raccolta di fondi, generi alimentari, vestiario, materiale sanitario, attrezzature agricole e artigianali, messi a disposizione di associazioni che operano in Italia e nel mondo. Dall’altro, l’attuazione di progetti propri. Il primo: il panificio di Sarajevo poi donato alla città martire della Bosnia dal suo arcivescovo, il cardinale Vinko Puljic. Poi, ecco il centro profughi di Blinisht, in Albania, successivamente trasformato in centro per lo sviluppo agricolo; il «villaggio famiglia» per ragazzi avviato in Romania e intitolato a Fabio, Sergio e Guido… In questi vent’anni il gruppo di Ghedi ha sostenuto progetti in quasi 40 Paesi, collaborando soprattutto con le missioni cattoliche ma anche con realtà laiche come Emergency. Il gruppo comprende oltre 330 associati; 50 i volontari a “tempo pieno”. A Ghedi ha due capannoni di 2.000 e 1.600 metri quadrati per raccogliere, selezionare e preparare gli aiuti: qui Rovati ci accoglie assieme ai volontari, mentre si prepara la spedizione di materiale sanitario in Siria.

Sempre nel popoloso borgo della Bassa Bresciana, collegate al gruppo, sono sorte altre realtà: l’associazione Macramè per l’integrazione di persone con disagio mentale; la cooperativa Il Gelso per dare chances di lavoro a persone in difficoltà; l’associazione di volontari Katiuscia, a sostegno degli orfani della Bielorussua; e la Cooperativa Sergio Lana, centro diurno per disabili nel cuore di Ghedi, dove con grande calore ci apre le porte il presidente, Franco Perlato. Nel capannone di via Foscolo i ritratti dei tre giovani, foto delle spedizioni, bandiere della pace. E la Madonna di Medjugorje. Al piano superiore, una cappella. «Dove facciamo l’adorazione eucaristica: ecco la nostra forza segreta», spiega Rovati. «I genitori hanno perdonato. I volontari hanno perdonato. Il perdono è un dono di Dio. Se lo viviamo, è un dono moltiplicato. Ma la radice del nostro agire è l’amore di Dio», incalza Orsola, volontaria. Ancora Rovati: «Il perdono è il cuore spirituale del nostro gruppo. Ed è il nostro contributo alla pace». Ghedi e Cremona: «Siamo un corpo con due ali», ama dire Rovati. Ed eccoci nella città del Torrazzo, dove nel 1994 per volontà di Valeria, mamma di Fabio, è nata la Fondazione Fabio Moreni. Nel ’98 la fondazione acquista una cascina in periferia. Ristrutturata e intitolata al giovane, per metà è gestita dall’associazione «Famiglia Buona Novella» per conto della diocesi di Cremona; l’altra metà è affidata al Centro di solidarietà Il Ponte che offre accoglienza, lavoro, percorsi di autonomia a persone disabili o svantaggiate. Qui ci accoglie don Alberto Mangili, vicepresidente della Fondazione, guidandoci alla visita della struttura. Fino al suo cuore vibrante: la cappella. Dov’è sepolto Fabio. No, davvero la morte non ha avuto l’ultima parola.

Il rosario di mio figlio mi ha salvato dalla ribellione a Dio

Mamma Franca stringe nella mano una corona del Rosario. Semplice, di legno. Sulla croce la scritta: Medjugorje. «È questa corona che mi ha salvato. Mio figlio Sergio – dicono i testimoni – ha pregato per noi e per sé, nelle ore fra la cattura e l’uccisione. Con questa corona fra le dita. Ci è stata restituita: ed è stata lei a darmi la risposta, per vincere la mia ribellione a Dio. Disperazione? Mai. Rabbia, sì: Dio come poteva aver lasciato morire così nostro figlio? Era in Bosnia per aiutare chi soffre: perché ci è stato strappato così? Ho sempre cercato nella preghiera conforto e luce: ma quando, recitando il Padre nostro, dovevo pronunciare sia fatta la tua volontà, lì mi si spegneva la voce… Poi ho capito: mio figlio è morto pregando. Affidandosi al Signore, alla sua volontà. Così dobbiamo fare noi: io, mio marito Augusto, i volontari. Preghiera, perdono, opere. Solo così mi sono potuta sentire davvero libera. Una medicina che non guarisce la ferita. Ma la trasforma».

Franca apre il suo cuore, al suo fianco il marito Augusto Lana, nella cappella ricavata nel capannone di via Foscolo, sede del «Gruppo 29 maggio». Quanti anni sono passati, da quando, rivolgendosi agli assassini di Sergio e degli amici Fabio e Guido, vergava queste parole: «Vi ho scritto per dirvi che non provo rancore né odio verso chi li ha uccisi, ma che io perdono. Mi hanno riferito che nel gruppo c’era anche una donna. Non so se anche lei è una mamma, ma io vorrei che il Signore toccasse il suo cuore e quello degli uomini che erano con lei perché comprendano che la vita di ogni uomo e sacra, va rispettata e solo volendoci bene e amando tutti potremo portare la pace nel mondo e nei nostri cuori». Quelle parole non erano il frutto di un’emozione momentanea. «Il perdono è il frutto di un cammino. Il perdono è per tutta la vita. Desidero tanto incontrare quelle persone.

Sulla morte di Sergio, Fabio e Guido abbiamo sentito tante storie… – sospira Franca –. Chi uccide, chi fa violenza, non ha mai conosciuto l’amore vero. Vorrei incontrare quelle persone e spiegar loro chi era davvero Sergio, e dire che si può vivere in un altro modo». Augusto guarda con tenerezza la moglie e racconta: «Fin dalla notizia della morte, ci sono stati vicini e di grande aiuto alcuni amici veri, soprattutto del Rinnovamento nello Spirito. Non parole di circostanza, ma sincere. E tanta preghiera, e Parola di Dio condivisa. La fede è fondamentale. Quello di Sergio non è stato un addio ma un arrivederci. I genitori sognano per i figli le cose più belle: il lavoro, la famiglia, la sicurezza… Noi sappiamo che Sergio ha avuto il tesoro più grande: un posto in paradiso». «Sergio – continua mamma Franca – era un ragazzo allegro, buono, gli piaceva la vita. E non era un incosciente: sapeva dei rischi che correva con quei viaggi. E non dimenticherò i due baci con cui mi ha salutato, l’ultima volta che l’ho visto. E il suo bel sorriso. Lui, ora, è dentro di me. È in chi continua la sua opera. Con fedeltà e amore».

Le iniziative

Martedì la Messa col vescovo Monari. Libro a Cremona.
Venti di perdono». È illuminante, lo slogan coniato a Ghedi per ricordare il 20° del sacrificio di Sergio, Fabio e Guido. Sarà il capannone di via Foscolo, sede del «Gruppo 29 maggio», ad ospitare martedì alle 20 la Messa col vescovo di Brescia Luciano Monari. Seguirà l’adorazione comunitaria fino alle 23,30; ma l’Eucaristia rimarrà esposta fino alle 6:30 del mattino per l’adorazione personale; alle 7 infine la Messa nella parrocchiale di Ghedi. Domani (27 maggio) nella parrocchiale di Rivarolo Mantovano (il paese dove è sepolto Sergio) alle 21 si terrà la recita del Rosario e i genitori Lana offriranno la loro testimonianza. Mercoledì alle 20:45 alla Cascina «Moreni» di Cremona verrà presentato il libro di Mauro Faverzani Fabio Moreni: l’avventura umanitaria di un uomo di fede. Il «Gruppo 29 maggio» e la Fondazione Moreni organizzano per l’11-15 luglio un pellegrinaggio a Medjugorje che sosterà anche a Gornji Vakuf, dove i giovani vennero uccisi.
Lorenzo Rosoli

Fonte: Avvenire

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