La maratona di New York di Momo El Kasmi si è fermata… in dogana

Momo El Kasmi

Il suo grande sogno era correre la maratona di New York, ma Mohammed El Kasmi, Momo per gli amici, nella Grande Mela non è mai arrivata. A Malpensa il cittadino marocchino, che da anni vive a Gussago è stato fermato, un funzionario gli ha impedito di imbarcarsi sul volo che l’avrebbe portato negli stati Uniti. Momo, teme di essere stato vittima dei controlli contro il terrorismo, ma nessuno gli spiega esattamente cosa è successo. I controlli sono giusti, dice, ma vorrei capire la mia situazione. Effetti collaterali del terrore e sogni americani che si infrangono a una frontiera. È tornato a casa con la sua sacca in spalla Mohammed El Kasmi. Ufficialmente responsabile della qualità in un’azienda che produce pasta fresca. Di fatto professionista di alto livello della corsa, benvoluto e apprezzato. Marocchino di origine, da anni vive a Brescia, a Gussago, e da anni accarezza il sogno di partecipare alla maratona di New York.

Quest’anno si era dedicato anima e cuore alla preparazione. Ore e ore di allenamenti, qualche infortunio a fare da intoppo, ma l’obiettivo nella grande mela era di tagliare il traguardo tra i primi venti. E probabilmente ci sarebbe riuscito. Ma un funzionario della dogana, all’imbarco a Malpensa, ha stroncato le sue ambizioni agonistiche. «Da Washington hanno annullato il suo visto». Sgomento, incredulità, fatica a capire. Si tenta di vedere di risolvere la situazione. Nulla da fare. Il funzionario è irremovibile. Il documento, validità dieci anni, che gli aveva rilasciato il consolato di Firenze ad agosto non è più valido. Parte il resto del gruppo, atleti e accompagnatori, ma non Momo che disperato corre in taxi da Malpensa al consolato a Milano. Niente da fare nemmeno lì. Nemmeno lo fanno entrare. «Lei la maratona ormai l’ha persa» si sente dire a un citofono. E quando gli altri arrivano a New York vengono sottoposti a lunghi interrogatori. Il più pesante tocca a Khalid En Guadi. Pure lui marocchino d’origine, amico fin da ragazzino di Momo, residente per anni nella nostra provincia, dove i due si erano ritrovati per caso. Ha corso a lungo con l’atletica Rodengo Saiano e ora vive in Francia, a Saint Malo, dove insegna matematica e dove era già stato per studiare in passato. Nove ore di domande sui suoi rapporti con El Kasmi, frequenza dei loro incontri, argomento delle loro conversazioni. Cellulare sequestrato e rubrica e messaggeria scaricate sul pc della polizia. Dal torchio non rimane esente nemmeno il resto del gruppo, sottoposto a un fuoco di fila di richieste di informazioni per quasi cinque ore.

«Avevano le mie impronte digitali è impossibile che mi abbiano scambiato per qualcun altro». L’idea che Momo si è fatto è che ci siano motivi di sicurezza legati al terrorismo. «Forse hanno visto che ero appena tornato da Fes — ero andato a trovare i miei genitori — e che viaggiavo con Khalid che arrivava dalla Francia e hanno pensato chissà cosa. Volevo solo correre la maratona a New York». Casa, lavoro, corsa. Sono il suo mondo, non una sera di svago, mai uno sgarro nemmeno all’alimentazione. Vita rigorosa. Puntava ad un buon piazzamento insieme a Khalid, risultato diciassettesimo nella classifica finale. A distanza di due settimane rimane amareggiato, ma anche preoccupato. Si è affidato all’avvocato Simone Morabito. «Se qualcuno ha qualche dubbio su di me sono pronto a collaborare perché non voglio trovarmi in qualche guaio senza sapere perché. Spero che qualcuno mi aiuti a capire cosa è successo».

Fonte: Corriere della Sera – Ed. Brescia

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