Pierpaolo Mariani: ho visto il dolore “Una ferita che non si rimarginerà più”

Pierpaolo Mariani

Quando cominciano timidamente le procedure per ripensare nuovamente all’assetto degli ospedali dopo due mesi di tempesta, a riepilogare i giorni tremendi del «Pesenti-Fenaroli» di Alzano è il dottor Pierpaolo Mariani, 48 anni di Gussago, primario di Chirurgia. Fino al 23 febbraio, la sua era una chirurgia. Poi, tutto stravolto.

Quella domenica di due infiniti mesi fa, il dottor Mariani arriva in reparto che è pomeriggio tardo. Il finimondo, il personale bardato, uno dei due pazienti positivi isolati in una stanza della sua chirurgia, via tutti i familiari, il pronto soccorso dov’è già stato attivato un percorso Covid dedicato e che, nel giro di qualche ora convulsa, diventa solo Covid. Tutte le attività previste nei giorni successivi in Chirurgia da annullare, gestire i pazienti ricoverati in modo che restino isolati dai casi infetti e una campagna di tamponi a tappeto, per i malati e per il personale. Si ammala anche il primario di Medicina, si ammalano in tanti, il personale che resta è stremato. «Eppure, neanche per un minuto qualcuno ha pensato di mollare. La verità è che non c’era nemmeno il tempo per pensare, la gente ci moriva nelle mani e ogni morte è stata uno strazio. Non saremo mai più gli stessi, queste sono ferite che non si rimarginano».

Nel mentre che tutti in velocità cambia nel suo ospedale, Mariani come tutto il personale fa il tampone e il suo è positivo. I sintomi arrivano quando è già a casa da qualche giorno. «Non ho avuto grossi problemi e per fortuna nemmeno mia moglie che si è ammalata anche lei. Isolati in casa, i figli ci portavano pranzo e cena e medicine sulla soglia della porta. Com’è capitato a centinaia, migliaia di persone. Quel che mi preoccupava veramente era il mio ospedale, i miei collaboratori, i malati. Al secondo tampone negativo mi sono precipitato ad Alzano». Dove nel frattempo i 90/100 letti allestiti avevano ospitato persone che non c’erano più, guarite o purtroppo morte. «Mi sono laureato nel 1996 e da quando sono entrato in un ospedale non ho mai visto così tante persone morire in così poco tempo. Una sofferenza indicibile. Ricordo tanti volti cari. Ricordo una signora che si chiamava Maria. Il giorno del compleanno del marito ho fatto con lei una chiamata dal mio telefono alla sua famiglia, ricordo lei che accarezzava il volto del marito attraverso il display… Qualche giorno dopo ci ha lasciato. Ricordo una coppia, marito e moglie ricoverati nella stessa stanza, lui è morto. E queste persone erano diventate i nostri padri e i nostri nonni. Perché in quei giorni terribili l’ospedale è stato una casa, per i malati, che erano qui soli, e noi la loro famiglia. Il medico sempre incontra l’umanità dei suoi pazienti, ma mai così, mai così intensamente, mai con così pochi strumenti per poterli curare, per via di questo virus terribile e subdolo». Perché i quadri clinici erano, sono, un rebus. «Polmoniti, certo, ma mentre cercavi di curare la polmonite, magari il paziente veniva colpito da un embolo, magari non muoveva più le gambe. E allora, una corsa contro il tempo a ricalcolare le possibili terapie, facendo in modo che non confliggessero tra loro, per non causare altri danni. Una corsa terribile e a volte impossibile. Abbiamo pianto, tanto, tutti. Ci siamo salvati grazie a una collaborazione bellissima, non finirò mai di ringraziare tutti i miei colleghi e tutto il personale. Un’abnegazione esemplare, un’umanità, una tenerezza, il meglio di tutti».

E oggi, che l’ospedale respira, il dottor Mariani prova a dire la sua sulla fase 2: «Non si deve assolutamente abbassare la guardia, una seconda ondata sarebbe devastante. Io dico sinceramente che non so se ce la farei, non so sul piano del lavoro, ma soprattutto su quello umano. Adesso il virus sembra, ripeto sembra perché non sono un infettivologo, un po’ meno cattivo. Ma guai a mollare».
Claudia Mangili

Fonte: ecodibergamo.it

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