Semi di Luce: racconto “L’Ombra dei Gelsi Bianchi – Ritorno alla Santissima”

Semi Luce - Santissima

Certe strade non si percorrono solo con i piedi, ma con il battito della memoria. Ci sono luoghi che
sanno aspettare per anni, custodi pazienti di una parte di noi che credevamo perduta tra le pieghe
del tempo. Vi invito a salire con me sul Colle Barbisone, fin dove il profilo della Santissima si staglia
contro il cielo come un faro di pietra e silenzio. In una mattina di maggio, tenendo la mano di mia
moglie Michela, ho risalito i gradini della mia infanzia per scoprire che il ritorno è l'unico modo per
riconciliarsi con il domani. Tra queste righe troverete il resoconto di un dialogo ritrovato all’ombra
di vecchi gelsi bianchi, dove il vento ha il sapore dolce delle caramelle rubate e il tramonto ha
ancora il potere di guarire il cuore.
Buona lettura carissimi…

 

L’Ombra dei Gelsi Bianchi
Ritorno alla Santissima

Non pensavo che sarei tornato alla Santissima dopo così tanto tempo.
Quarantacinque anni sono un tempo che scava, che cambia i volti, le strade, i desideri. Eppure, stamattina, mentre salivo il sentiero insieme a mia moglie Michela, ho sentito qualcosa muoversi dentro di me, come un richiamo antico, una voce che non avevo più ascoltato.
Il Santuario appariva identico e diverso allo stesso tempo. Le pietre, consumate dal vento, sembravano riconoscermi. Io, invece, ero lì a cercare un bambino che forse non esiste più, o forse sì, nascosto da qualche parte tra le pieghe della memoria.

Quella domenica, anche il sole sembrava sorridere, con i suoi caldi raggi in un giorno di maggio. Pensandoci bene, sono passati quasi cinquant’anni, dall’ultima volta che questo colle che si erge ad osservare questa mia terra umile e radice della mia esistenza. Uno dei luoghi che appartiene alla mia infanzia, quando cercavo rifugio in un silenzio capace di nutrirmi e di tenermi vivo.
Ricordo ancora come fosse ieri, i pomeriggi in cui il cielo terso accompagnava il sole nel suo lento tramonto, e il paese si lasciava dipingere: prima giallo, poi arancio, infine rosso. Poco dopo, l’imbrunire regalava sempre uno spettacolo: le luci tra le case del paese, pareva fossero minuscole stelle, venute a rasserenare le fatiche della giornata. In quei momenti, man mano salivo, tenendo la mano di mia moglie, come si tiene con fierezza quella di un bambino quando lo si accompagna il primo giorno di scuola, respiravo una calma che non ho più dimenticato. Riaffioravano ricordi quando il pensiero correva libero, senza confini, mentre il giorno attendeva la brezza della sera come un vecchio amico che torna. Allora, non sapevo dare un nome a ciò che cercavo. Sapevo solo che quel silenzio mi parlava, che quelle luci mi attraversavano, che quel luogo mi teneva al riparo da un mondo che correva troppo veloce per me.

Arrivati ai suoi piedi, salendo gli stessi gradini, i miei occhi per un breve momento si bagnarono. Mi fermai difronte, osservando, quasi meditando nell’attesa che lei mi riconoscesse e nel silenzio capii che non ero tornato per nostalgia. Ero tornato per riconciliarmi con quel bambino che guardava il tramonto come se fosse un segreto rivelato solo a lui. Ero tornato per dirgli che non l’ho dimenticato, che la sua sete di silenzio è ancora la mia, che la sua meraviglia non si è spenta.
Michela accanto a me in silenzio, come se sapesse che quel luogo stava parlando più a me che a lei. Anche il vento sembrava voler giungere ad abbracciare quel momento, portando un profumo di erba e pietra scaldata dal sole. Sfiorava le pietre come se stesse leggendo una storia incisa da secoli, e per un istante ebbi la sensazione che tutto ciò che avevo vissuto, gioie, smarrimenti, partenze, ritorni, fosse raccolto in quel punto preciso del mondo, come un filo che finalmente trova il nodo che lo tiene.

Ho chiuso gli occhi. E in quell’istante ho sentito che nulla era davvero perduto: il silenzio era ancora lì, fedele, pronto anche lui a riconoscermi.

Rimanemmo lì qualche minuto, senza parlare.

Fu allora che compresi qualcosa che non avevo mai saputo dire: che i luoghi non custodiscono il passato, ma ciò che siamo diventati attraversandoli. Che ogni ritorno non è un passo indietro, ma un passo dentro. Ci sedemmo all’ombra di quei vecchi gelsi bianchi, dai tronchi secolari che il tempo pareva aver custodito apposta per noi. I loro frutti, per noi bambini, erano come caramelle rubate alla natura.
Io e Michela iniziammo a intrecciare i racconti delle nostre infanzie. Ripercorremmo i giorni che ci avevano segnato e i sogni che ognuno di noi, a modo suo, rincorreva ancora. Persi in quel fluire di parole e memorie, non ci accorgemmo del tempo che scivolava via, finché il cielo non iniziò a farsi tenero e, piano piano, il tramonto ci avvolse.
Il sole, ormai basso, sfiorava il paese con la stessa tavolozza di quando ero bambino: giallo, arancio, rosso. E in quel colore ritrovato capii che il tempo non cancella, ma trasforma; non porta via, ma restituisce in altra forma ciò che credevamo perduto.

Michela mi guardò, come si guarda qualcuno che sta ascoltando una voce che non viene da fuori.
Le sorrisi. E in quel sorriso c’era tutto: il bambino che ero, l’uomo che sono, e la strada che ancora mi attende.

Scendendo da quel colle, sentii che quel silenzio non apparteneva più solo alla mia infanzia.
Era diventato un ponte: tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo ancora essere.
Un invito a non smettere di cercare la parte più vera di noi, quella che il tempo non riesce a scalfire.

Perché ci sono luoghi, pochi, preziosi, in cui la vita ci ricorda che ogni essere umano è fatto di luce che non si spegne, ma attende solo di essere riconosciuta.

Massimo Spagna

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Una riflessione…

La Santissima di Gussago, quell’antico complesso monumentale situato sul Colle Barbisone ex convento domenicano intitolato alla Santissima Trinità, un luogo di grandissimo valore storico, artistico e culturale è considerato il vero e proprio simbolo della comunità gussaghese. È pietra che respira, memoria che non scolora, silenzio che conosce ogni passo. Ha visto generazioni intere attraversare la sua luce: bambini che correvano tra le vigne, adulti che partivano con il cuore pieno e tornavano con gli occhi cambiati. Ogni gesto umano, un sorriso, una lacrima, una festa accesa al tramonto, diventa per lei un segno, un filo che la lega a chi vive ai suoi piedi.
Non scende verso gli uomini, ma li veglia dall’alto. Non parla, ma custodisce. È collina che protegge il sonno, cielo che copre le spalle, voce che non si è mai fatta sentire e che pure ha sempre chiamato. E quando qualcuno si perde, quando il mondo sembra troppo vasto o troppo rumoroso, la Santissima non offre risposte, ma un gesto semplice: salire. Perché salire significa ricordare. E ricordare significa ritrovare il proprio nome.
Lei è lì, immobile e viva, per dire soltanto questo: “Io so da dove venite. E vi aspetto.”

 

La rubrica “Semi di Luce” è a cura di Massimo Spagna

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