
Il tribunale di Dortmund ha deciso l’estradizione in Italia di Hanefija Prijic Paraga, il cittadino bosniaco già condannato in Bosnia a 13 anni per l’omicidio dei tre volontari bresciani freddati il 29 maggio 1993 tra i monti di Gornji Vakuf e fermato all’aeroporto il 27 ottobre scorso. A suo carico un mandato di cattura europeo richiesto a suo tempo dalla procura e confermato di recente dal sostituto procuratore Silvia Bonardi. «La corte tedesca — come anticipato dall’«Osservatorio Balcani & Caucaso» con un articolo di Andrea Oskari Rossini in collegamento ieri da Sarajevo con Radio Onda d’Urto — non ha considerato sufficienti le motivazioni espresse dall’avvocato della difesa Almin Dautbegovic, secondo cui Prijc non poteva essere giudicato due volte per lo stesso delitto e ha accolto l’istanza di estradizione presentata dall’Italia». L’avvocato ha già annunciato un possibile ricorso, ma pare che Paraga debba arrivare in Italia entro al fine dell’anno. Non si sa se direttamente in cella a Brescia, oppure in un altro carcere, ma pare evidente che il comandante che sui monti bosniaci ordinò la fucilazione dei volontari bresciani sarà chiamato d’avanti ai giudici bresciani a rispondere dell’omicidio di Guido Puletti, 4o anni, giornalista italo-argentino che viveva a Brescia, Sergio Lana, 21 anni di e Fabio Moreni, imprenditore cremonese e del tentato omicidio del fotoreporter Christian Penocchio e di Agostino Zanotti, gli unici che riuscirono a sopravvivere scappando tra i boschi, mentre le sventagliate di mitra uccidevano i loro tre amici.
Paraga in Bosnia è già stato processato e condannato a 13 anni ma non ha mai rivelato il nome dei componenti del suo battaglione, nè ha mai spiegato i motivi della strage. Un nuovo processo potrebbe forse fornire nuove informazioni, anche altri potrebbero essere chiamati a rispondere per la morte dei tre volontari bresciani. E resta comunque da ricostruire la motivazione di fondo, perché il battaglione non si limitò a rapinare il convoglio, ma venne deciso di fare una strage. I volontari, infatti, vennero fermati mentre il loro convoglio di aiuti umanitari, partito da Ghedi la mattina precedente procedeva verso la meta finale. Il convoglio aveva tutte le autorizzazioni, avrebbe dovuto raggiungere Zavidovici, scaricare gli aiuti e prendere in carico una ventina di mamme con bambini (i padri erano morti in guerra) per portarle a Brescia, c’erano le famiglie e le strutture pronte per ospitare tutti. Ma durante il tragitto il convoglio era incappato nel gruppo paramilitare, sei uomini al comando del famigerato Paraga. I cinque Volontari erano stati derubati dei soldi che avevano sul camion, oltre che di oggetti personali, caricati su un trattore e portati in montagna. Lì, dopo qualche metro su un sentiero i mitra avevano cominciato a sparare. Solo Penocchio e Zanotti erano riusciti a fuggire. Grazie anche alla loro testimonianza Paraga è stato processato e condannato. Ma quel processo all’autorità giudiziaria non può bastare, tredici anni per la morte di tre persone è una condanna non sufficiente. I tre cittadini uccisi erano bresciani e ora Paraga dovrà rispondere ai giudici bresciani di quelle tre morti.
Wilma Petenzi
Fonte: Corriere della Sera – Ed. Brescia