Venticinque anni fa la scomparsa del compositore Camillo Togni

Si usciva dai suoi incontri assolutamente arricchiti e insieme frastornati; chi ebbe modo di frequentarlo assiduamente può testimoniarlo. La sua cultura sembrava abbracciare l’intero scibile umano, ivi incluso quello linguistico che inglobava il greco antico con il francese, il tedesco e talvolta l’arabo: sviscerare una partitura significava, per Camillo Togni, compositore bresciano del Novecento e vero maestro, seminare indizi appassionati attraverso epoche storicamente anche fra loro lontane, passando dalla musica, all’arte, alla letteratura in unico gesto, quasi a legare insieme, se è consentito il paradosso, l’immanente con l’eterno, con il trascendente.

Mario Bortolotto che gli fu grande amico lungo la vita scrisse che «scrutava le partiture con le lenti spinoziane dell’amore, continuando a seguire gli Holzwege di heideggeriana memoria, che per un musicista è lo stesso delle Waldszenen op.82 di Schumann, preclaro e precoce esempio di musica oscura»: chi non abbia avuto modo di ascoltarle e “leggerle” in sua compagnia ha davvero perso qualcosa. Per non dire di Mahler o di Wagner, che affrontava con una meticolosa analisi dei temi e una razionalità ‘metodologica’ degna dei suoi grandi maestri (Casella e scuola di Darmstadt), dei suoi incontri (Adorno) e dei suoi riferimenti esistenziali (Webern e Schoenberg su tutti).

Sono trascorsi già venticinque anni dalla scomparsa di Camillo Togni (Gussago, Brescia, 1922-1993). L’intero archivio da tempo è depositato presso la Fondazione Cini a Venezia, in un settore particolare destinato appunto alla musica (che fu) contemporanea. Sono numerose le pubblicazioni e i concerti che la città gli ha dedicato soprattutto nei primi anni dalla sua scomparsa, ogni volta riaprendo il discorso in modo sempre nuovo sì che i tanti volumi e volumetti si presentano tutt’oggi validi, veri, vivi e ben si allineano all’appartato signore della musica, strenuo e coerente sostenitore della serialità, quale Camillo Togni fu.

Sarebbe auspicabile che i suoi lavori continuassero ad essere eseguiti ogni anno nella normale programmazione del Grande (oggi Società dei concerti) e del Festival pianistico – per i meriti indiscussi che Togni ebbe nella programmazione artistica sia della Società dei concerti dal dopoguerra in poi, sia del celebre Festival di musica contemporanea che per alcuni anni fu laboratorio di idee presso il Festival pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo, sfociato poi infine nell’altrettanto importante Concorso di composizione intitolato a Stockhausen.

Le istituzioni principali della città dovrebbero farlo spontaneamente, come prassi: non occorre riprogrammare le due opere Blaubart o Barrabas, Togni ha scritto anche molta musica da camera. Tuttavia si potrebbe pensare anche a un convegno di caratura quantomeno nazionale per cercare di delineare una traiettoria del complesso secondo Novecento italiano alla luce del nostro tempo; sperare di farlo a Venezia forse è inaudito, ma forse aggiungerebbe oggi quel qualcosa di verità in più che in passato ancora non si vedeva con chiarezza, spingendo a un lavoro di analisi più approfondito e meno descrittivo di quanto sino ad oggi fatto.

Vero è che il mondo in questi cinque lustri ha subito una trasformazione enorme e accelerata ma, in realtà, cinque lustri non sono molto. La Scala quest’anno ha dato la prima mondiale dell’opera Fin de partie di György Kurtág, in assoluto il più grande compositore ancora oggi vivente, nato in Ungheria nel 1926 e perciò di soli quattro anni più giovane di Togni. Figli di strade e percorsi diversi, i due musicisti non possono certo esser messi qui a paragone; tuttavia la scelta della Scala non è soltanto un omaggio a Kurtág, piuttosto attiene anche al desiderio di non lasciare che la banalizzazione del quotidiano inghiotta la trasparenza del passato, fosse quella che con insistenza proprio Togni continuava a tenere vivamente intrecciata al presente affidandola alle nuove generazioni – oltreché alle proprie partiture, fosse quella ascoltata quest’anno nello stupendo capolavoro di Kurtág. Vi è un impegno di fedeltà che la cultura non può dimettere e se i linguaggi cambiano e tutto si evolve, senza respirare profondamente non si vive bene, senza sogni difficile immaginare la realizzazione del futuro, senza slancio non rimane che la banalità del nulla.
Elena Franchi

Fonte: Corriere della Sera – Ed. Brescia